martedì 10 ottobre 2017

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domenica 17 settembre 2017

I Buffoni poeti©

Di Lucio Pistis & Sandro Asebès©

Clown, credit Mary Blindflowers©



Abbiamo scoperto Franco Buffoni quest'estate, rovistando negli scaffali di una libreria del centro della nostra città. Stava in vetrina il libro di Buffoni, lucido, invitante.
Abbiamo avuto la sventurata idea di comprarlo. Abbiamo letto e siamo andati in biblioteca a cercare altri suoi lavori.

Vorrei parlare a questa mia foto accanto al pianoforte,/Al bambino di undici anni dagli zigomi rubizzi/Dire non è il caso di scaldarsi tanto/Nei giochi coi cugini,/Di seguirli nel bersagliare coi mattoni / Le dalie dei vicini/Non per divertimento/Ma per sentirti davvero parte della banda./Davvero parte?/Vorrei dirgli, lasciali perdere/Con i loro bersagli da colpire,/Tornatene tranquillo ai tuoi disegni/Alle cartine da finire/,Vincerai tu. Dovrai patire.


L'autore di questa lirica è considerato dalla critica che conta uno dei luminari della letteratura italiana odierna; nessuno qui osa contestare il magisterium dei critici e degli editori che gli han dato l’imprimatur in tal senso, ma, fremant omnes licet, dicam quod sentio. Dovrai patire. Il problema autentico della maggior parte delle liriche di Buffoni è che non si avverte alcun pathos, vibra piuttosto un senso di sdegnoso e rassegnato appartarsi naïf ad auto-consolare il diverso rifiutato dal gruppo. Si tratta nel caso della poesia sopraindicata di uno sciatto resoconto di riflessioni auto-indotte su una foto d’infanzia. Il diverso pare ergersi a creatura superiore e incomprensibile all’aggressività bandesca degli altri così definibili normali; traspare quasi un disvalore nella descrizione dei giochi prettamente maschili del resto della ciurma e la dicotomia omo/etero pare riecheggiare le tematiche un po’ melense dei Pooh in “Pierre” senza il sostegno di alcuna melodia di fondo. E la clausola quasi epitaffica “Vincerai tu. Dovrai patire” indugia su una frattura che sa tanto di autocommiserazione. 


Una lunga sfilata di monti/ Mi separa dai diritti/ Pensavo l’altro giorno osservando/ Il lago Maggiore e le Alpi/ Nel volo tra Roma e Parigi/ (Dove dal 1966 un single può adottare un minore)./Da Barcellona a Berlino oggi in Europa/ Ovunque mi sento rispettato/ Tranne che a Roma e Milano/ Dove abito e sono nato./ 


Anche qui pulsa un’inerte constatazione del regresso e dell’isteresi della civiltà autoctona rispetto a realtà europee più evolute: ma la passione diventa lirismo quando trae il lettore dalla parte del soggetto vittima di discrimen omofobo, come Wilde nella lettera immortale all’innamorato esortato a fuggire in Italia. A noi Buffoni non comunica la stessa profondità, troppo piegato su se stesso, incapace di superamento del suo io. Echeggia nelle sue liriche un'incessante attività autoconsolatoria da uomo su un piedistallo di grazia non compresa, c'è troppo egocentrismo, scarso trascendere, tanto che il dolore sfilaccia nel patetico, nell'intimistico e ridicolo pulsare di emozioni solo sue che sono inefficaci nel trascinare il lettore. Ecco in Gay Pride a Roma, una lirica del 2009: “E il caffè dove lo prendiamo?”/ Chiede quella più debole, più anziana/Stanca di camminare. Alla casa del cinema,/ Là dietro piazza di Siena./ Non si erano accorte della mia presenza/ Nel giardinetto del museo Canonica,/ Si erano scambiate un’effusione/ Un abbraccio stretto, un bacio sulle labbra./ Parlavano in francese, una da italiana/ “Mon amour” le diceva, che felicità/ Di nuovo insieme qui./ Come mi videro si ricomposero/ Distanziando sulla panchina i corpi./ Le scarpe da ginnastica,/ Le caviglie gonfie dell’anziana./ Quella sera, come smollò il caldo,/ Passeggiai fino a Campo de’ Fiori,/ Pizzeria all’angolo, due al tavolo seduti di fronte,/ Giovani puliti timidi e raggianti/ Dritti sulle sedie col menù sfogliavano/ E si scambiavano opinioni/ Discretamente./ Lessi una dignità in quel gesto educato/ Al cameriere, una felicità/ Di esserci/ Intensa, stabilita. Decisi li avrei pensati sempre/ Così dritti sulle sedie col menù./ 


C'è in questa lirica un semi-voyeurismo complice che ricalca i temi del resoconto giornalistico, ma il sentimento non spicca il volo, non dispiega le ali. Si comunica una sensazione di frigida freddezza cronachistica che non riesce a coinvolgere, poiché batte tra le righe il concetto della superiore sensibilità dell’animo gay rispetto ai volgarissimi etero. Rischia questo di divenire un locus communis non sempre suffragato da argomentazioni congrue. In Saffo e Lorca questo disprezzo per i diversi da sé non traspare mai: la sofferenza e il dolore dell’incomprensione tracimano direttamente dal vibrato degli effetti del turbamento amoroso tra i due amanti. E chi legge ne è avvinto. Ci dispiace per Buffoni, ma non è in grado di far lo stesso e ci chiediamo se oggi la definizione di grandezza non possa essere condizionata dal fatto che Buffoni appartenga alla casta dei docenti universitari che, come sappiamo bene, ha gioco facile con le case editrici che contano, oppure se il suo successo possa dipendere dal fatto di essere stato presentato fin dal 1978 da un nome come Raboni. Non lo sappiamo, sono giochi di potere che non ci interessano. Quel che resta è soltanto una poesia tristemente inutile che non coinvolge, fredda, cronachistica, a tratti anche noiosa, di un'ampollosità che esclude qualsiasi ritmo innovativo, e che ricalca semplicemente vecchi triti metri stilistici. La costruzione del verso appare spesso elementare e prosaica: Sotto la statua del costruttore di navi da guerra/ La più grande canoa ha il motore diesel/ Attraversa persino il canale/ Il ponte basso coi segni dei camion/ Che tentarono di passare/...


La poesia dov'é? È andata a spasso, si era stancata forse di aspettare che l'autore fosse colpito dalla grazia dell'ispirazione. 


Buffoni imperterrito, da anni, pubblica coi grandi la sua prosa spacciata per poesia. Ma siamo davvero sicuri che basti farsi presentare da un critico per poter essere definiti “poeti” e che sia sufficiente il suggello di una o più case editrici importanti che ti pubblicano perché sei un signor qualcuno presentato da un altro signor qualcuno, per rimanere nella storia?
Se la risposta è sì, siamo davvero nei guai. Buttiamo i libri nel secchio allora e torniamo alla clava, perché se questa è l'arte che la critica propone, bisognerebbe riscrivere tutta la storia da capo e fingere che nulla di quanto stiamo vedendo oggi, sia realmente accaduto.






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sabato 16 settembre 2017

Lanzarote, appunti di viaggio©

Di Mary Blindflowers©


The black beach, credit Mary Blindflowers©


Lanzarote è un'isola di origine vulcanica che fa parte dell'arcipelago delle Canarie. Scoperta casualmente nel 1312 dal mercante e navigatore Lanzerotto Malocello, a cui deve il suo nome, oggi è meta turistica. Appena arrivati nell'isola si nota la terra rossa e nera, il clima è caldo costante ventoso. Il verde e blu del moto ondoso marino batte con forza sulle spiagge di pietra e sabbia.
È necessario noleggiare una macchina quando si arriva perché spostarsi senza un mezzo di locomozione sarebbe praticamente impossibile, data la pressoché quasi assoluta mancanza di collegamenti. Se si ha il coraggio di non seguire pedissequamente solo gli itinerari turistici, armati di mappa, si possono scoprire dei posti splendidi e piccole botteghe di artigianato locale, situate nei villaggi, lontani dai grandi centri turistici come Puerto del Carmen, Playa Blanca e Arrecife, ormai preda di cineserie, fish and chips all'inglese, pub e negozi di chincaglierie per turisti desiderosi di buttare i soldi dalla finestra e mangiarsi la solita minestra riscaldata che poco ha a che fare con le tradizioni locali.
Teguise, Haría, Teseguise, Orzola, sono invece posti interessanti, da scoprire man mano. Camminando tra le case basse, tutte bianche, alcune con le finestre verdi o le porte blu, si possono trovare botteghe d'artigianato a volte senza neppure l'insegna, dove è possibile comprare le tipiche statuette: Los novios de El Mojón, che artigiani locali fanno ancora completamente a mano a costo zero, prendendo il materiale dalla montagna. Si tratta di una terra rossa che una volta plasmata viene cotta in un forno a legna che possono usare tutti. Per non far morire l'artigianato locale, il municipio infatti mette a disposizione degli artigiani gratuitamente il forno per la cottura dei manufatti. Los novios o promessi sposi sono una coppia di statuine inneggianti alla fertilità che possono avere diverse dimensioni. Sono un maschio e una femmina, con i caratteri sessuali ben in evidenza, dato che si tratta di simboli tradizionali di probabile origina magrebina. La tradizione prevedeva che quando un uomo voleva sposare una donna, le dava la statuetta in forma maschile. Se lei accettava, consegnava a sua volta all'uomo una statuetta simile ma in forma femminile. Così il matrimonio poteva essere celebrato.




Le case bianche, credit Mary Blindflowers©

Un'altro simbolo tradizionale di Lanzarote è il diavolo, simbolo di Timanfaya, che viene anch'esso riprodotto in numerose figurine di terracotta o ceramica e che compare continuamente nei cartelli degli itinerari della montagna del fuego
El diablo, credit Mary Blindflowers©

Associato all'attività vulcanica che ha trasformato l'aspetto dell'isola dopo le grandi eruzioni settecentesche, il simbolo viene ampiamente sfruttato a fini commerciali, tanto che anche il ristorante situato nella zona a pagamento del Timanfaya, si chiama, guarda caso, “El Diablo”, progettato da César Manrique, l'artista-architetto che ha dato impulso al turismo lanzarotiano. Quello che non tutti sanno è che non è necessario pagare per vedere la zona vulcanica, infatti c'è una parte del parco dei vulcani dove è possibile accedere a piedi e gratuitamente. Non ci sono servizi, ovviamente. Non c'è un bar e nemmeno un ristorante. È una zona completamente selvaggia, dove occorre solo camminare fino al bordo del vulcano. Il caldo è decisamente più intenso che da altre parti di Lanzarote, c'è poco vento, quindi meglio usare vestiti di cotone leggero e andarci di mattina presto perché il sole picchia. La strada è pietrosa, non asfaltata, un poco impervia ma percorribile con relativa facilità se si è allenati a camminare. Durante la traversata si vede tutto il paesaggio vulcanico e dei graziosi canarini verdi che ti svolazzano attorno. Nelle ore più calde ti dà l'impressione di camminare dentro un inferno, ma lo spettacolo è suggestivo. Meglio evitare la calca turistica del tour a pagamento che in pratica, ti fa vedere con più agio, dato che siedi dentro un pullman, la stesso paesaggio che puoi vedere camminando, gratis. I cammelli poi sono solamente una trappola per allocchi. L'Echaderos de Camelos, zona sul confine est del parco, prevede un giretto più o meno di quindici, venti minuti in cammello. 
The camel, credit Mary Blindflowers©

Il cammello infatti non fa tutto il giro del parco, come è scritto in certi blog e siti italiani disinformati, ma fa solo un giretto in tondo sulla stradina di montagna. In pratica vedi i turisti salire sopra il camelide, il tempo di entrare nell'ufficio informazioni, guardare un depliant, uscire, e riecco gli stessi turisti coi cammelli che tornano. Caspita, un giretto veloce. Oltretutto quelle bestie, tenute con le bocche sigillate per evitare che sputino, mi hanno fatto pure un poco pena, tenute così, in piedi, poi sedute o col collo e la testa adagiata sulla sabbia, a sollazzare adiposi europei in cerca di emozioni esotiche e foto in pose plastiche.
Niente cammello dunque. A piedi. È la stessa storia di Mirador del Rio, in pratica nella zona a pagamento vedi lo stesso paesaggio che puoi vedere gratuitamente poco più in là, saline comprese.
La parte vulcanica non è l'unica che dà un'impressione “diabolica”.
La zona astronomica non lontana da Orzola, visibile dalla strada, è piena di rocce megalitiche dall'aspetto impressionante. Ovviamente siti e agenzie non ne parlano, dato che l'accesso è gratuito. Il lavorio del vento ha creato delle piccole grotte naturali scavate nella roccia vulcanica. Ho trovato resti di candele dentro una di queste grotticelle. I numerosi segni di pneumatici e di impronte umane sulla terra gialla e rossa, indicano che la terra è frequentata, almeno fino ad un certo punto, visto che la zona è ampia. Di solito i turisti arrivano e si fermano davanti alle rocce, ma di certo non penso che si spingano di notte con le candele dentro le grotte. Ho pensato subito a qualche rito collegato alla tradizionale figura del diavolo lanzarotiano e all'osservazione delle stelle e del solstizio, riti di cui noi occidentali ignoriamo l'esistenza e che probabilmente sono noti alla popolazione del posto.

Magic side, credit Mary Blindflowers©

Un'altra spiaggia poco conosciuta è la Playa del Risco da cui si vede l'isola Graciosa. Come dice la parola stessa c'è un certo margine di rischio nell'avventurarsi fin laggiù. Il problema di questa spiaggia è che per arrivarci occorre percorrere una strada pietrosa a picco sul mare. La discesa è un poco complicata se si soffrono di vertigini, soprattutto perché non c'è un muricciolo dal lato della scarpata, né un sostegno di nessun tipo. Se non si è troppo allenati, si riesce comunque pian piano e con pazienza a scendere in un'oretta, un'oretta e venti, forse pure meno con un po' di buona volontà. 


Strada a strapiombo per Playa del Risco,
credit Mary Blindflowers©

Una volta arrivati però lo spettacolo è grandioso, grosse dune di sabbia, e poi la spiaggia, l'acqua è limpida, trasparente, la sabbia bianca molto fina. Il bagno completo meglio non farselo, perché ci sono gorghi che al largo trascinano. Comunque ti puoi bagnare senza avventurarti nel nuoto, fin dove tocchi. La salita è più facile della discesa in termini di equilibrio, però dura, faticosa. Non fa caldo, il vento che viene dal mare anche con la temperatura di 37 gradi, non fa sentire l'afa. Sicuramente uno dei posti più belli dell'isola e soprattutto poco conosciuti. Dall'alto si gode di una vista unica. La spiaggia è deserta, riservata ai pochi che hanno il coraggio di avventurarsi lungo il ripido percorso, lontano dall'eco scalmanato del turismo di massa e dai negozi pacchiani di Arrecife e delle grandi chiassose città.

Lanzarote è un'isola tutta da scoprire.





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domenica 27 agosto 2017

I figli della casta©

Di Mary Blindflowers©

Teapot, credit Mary Blindflowers©

https://antichecuriosita.co.uk/2017/08/26/i-figli-della-casta/

La casta nutre i suoi figli nell’idea del potere esclusivo. Già sento le loro voci in falsetto: “Siamo la casta e possiamo fare quel che vogliamo, siamo potenti e tutto ci è permesso, gli altri non contano, sono la prole imperfetta di un dio minore, da schiavizzare, sottomettere, far filare secondo i nostri interessi particolari”. I figli della casta difenderanno sempre la casta, contro ogni buon senso, ogni ragionamento, ogni evidenza, ogni luce e porteranno il buio laddove basterebbe garantire a tutti le stesse possibilità, brancoleranno in quel buio, ci sguazzeranno come gechi senza occhi, e saranno felici di aver spento la luce, perché pensano di essere potenti e intoccabili, arroccati nei loro privilegi anacronistici, ridicoli e inumani.
Su un articolo postato in questo blog che sottolinea come solo i professori universitari possano accedere alla consultazione dei testi antichi nelle biblioteche italiane, si sono scatenate alcune sterili polemiche nei social. Una signora molto per bene ha avuto l’ardire di sostenere che un nessuno qualsiasi che vorrebbe consultare un testo antico in biblioteca, potrebbe avere le “mani unte”, mentre un professore universitario sicuramente è pulito.  Non sapevo che nelle biblioteche facessero il test pulizia mani. Mi è nuova. E non sapevo neppure che appartenere alla categoria docenti universitari, garantisse in automatico la pulizia delle estremità superiori. Si impara ogni giorno qualcosa…                                                                
Un altro figlio della casta ha sostenuto che è giusto mantenere il privilegio di consultazione solo per i docenti, perché gli altri rovinerebbero i libri. Neppure di fronte ad una possibilità di digitalizzazione ha dato il suo assenso, sostenendo che la digitalizzazione, (che molte biblioteche già fanno in tutto il mondo, tant’è che è possibile trovare molti testi antichi ingoogle books), non dovrebbe essere ammessa, perché, a suo insindacabile giudizio, la luce degli strumenti atti alla digitalizzazione, rovinerebbe i libri.  Peccato che esistano nuove tecniche di digitalizzazione che consentono di non danneggiare i documenti e da anni e anni i professori universitari consultano anche su microfilm documenti a cui i comuni mortali non possono accedere, nonostante siano già su microfilm e non sia affatto necessario prendere in mano il testo originale. Quindi secondo le obiezioni di queste menti lucide e capaci, è giusto che i libri siano riservati a pochi. Quando faccio notare che la stessa biblioteca che mi nega l’accesso alla consultazione di un testo antico, ha in catalogo uno dei miei saggi su un documento antico, il luminoso saggio risponde che forse mi sono sbagliata nel linkargli la pagina in cui si dice che la biblioteca ha un mio testo.
Tutto questo somiglia alla favola del lupo e dell’agnello… “Sei mesi fa tu mi hai offeso…” “Ma se non ero ancora nato?” “Non ha importanza, io sono il lupo e faccio come mi piace, ti divoro perché comando io, perciò le mie ragioni irragionevoli sono ragione”.
La cultura dunque dovrebbe essere un santuario per pochi secondo questi pareri illuminati di persone che, con tutta probabilità fanno parte di quella schiera di dei che hanno spento le luci, in modo che soltanto loro possano accedere al sapere. Gli altri possono accontentarsi di leggere i loro libri, sempre che siano in grado di scriverne uno in modo autonomo; gli altri possono accedere a informazioni di seconda o terza mano, senza possibilità alcuna di consultare le fonti originarie. Questo accade perché da sempre il potere vuole che “gli altri”, e per “altri” intendo tutti coloro che non fanno parte della casta, siano ignoranti e abbiano un limitatissimo accesso alle fonti del sapere. Gli ignoranti si manovrano meglio, si possono sottomettere ed ingannare con maggiore facilità, perciò i baroni e la loro nefasta prole si aggrappano ai loro assurdi e poco democratici privilegi, per poter far sfoggio di una saggezza che non hanno e di una luce fatua, ingannevole quanto le parole che escono dalla chiostra dei loro denti putrefatti di senso e logica.
Ribellatevi a tutto questo, rivoltatevi contro i farneticanti teoremi dell’élite, la cultura è di chiunque sappia amarla, indifferentemente dall’appartenenza sociale, politica, religiosa, dalla razza, dalle idee. La cultura è di tutti e chiunque affermi il contrario vuole solo controllarvi, sottomettervi, schiavizzarvi, ridurvi all’impotenza di chi sa che un uomo e una donna colti rappresentano un pericolo per gli inganni meschini e riprovevoli del potere.
Non permettete a nessuno di dirvi che la cultura appartiene solo ai Qualcuno, perché il mare è fatto di gocce piccole, e senza quelle gocce apparentemente insignificanti e prive di un ruolo preciso, non esisterebbe nemmeno l’Oceano e la sua grande anima. Rifiutate l’abominio dei baroni che come uccelli rapaci e corrotti si abbarbicano sulle rocce dei fortini al nulla che si sono costruiti, controllandovi dall’alto. Che crollino con tutti i loro figli. Il giorno in cui questo accadrà potremo dire di vivere in un’Italia democratica, un’utopia a cui i figli di un dio minore non possono e non devono rinunciare.
Anarchia e libertà sempre.


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Infernalparadisi da (Il vostro leone che rugge)©

Di Mary Blindflowers©
Misteri di vetro, foto Mary Blindflowers©

Infernalparadisi…
Romba la tomba che inonda
che sfonda che bomba
che scoppia rotonda e quadrata,
lasciata sul margine,
indeflagrata sostanza,
scoppio di terra
alla guerra, alla guerra!
Spazi vuoti a configurare silenzio d’attese…
Resta la bomba che stomba
fungina sfonda le mani, le facce, i sorrisi
le spese della vicina,
resta il tutto che è vuoto e ormai pieno
in questo mondo infernalparadisi
regnante,
davvero così poco elegante
dove tutto è nero veleno.


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