martedì 25 aprile 2017

La storia non condivisa. 25 Aprile©

Di Pierfranco Bruni©

Foto Mary Blindflowers©

“Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione” (Cesare Pavese) Quel 25 aprile coinvolse anche uno scrittore come Cesare Pavese? Restano emblematiche alcune pagine di un romanzo straordinario dal titolo La casa in collina: “…ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato…”. Non è vero che Pavese è da annoverare tra gli scrittori che si sono rifugiati fuori dalla Resistenza o fuori dalla lotta politica tra il 1943 – 1945. Pavese non condivise la lotta armata. Leggere i suoi scritti per credere. Non la condivise né come uomo né come intellettuale. E non è neppure vero che scrisse Il compagno per farsi perdonare qualcosa. Scrisse questo romanzo per denunciare una situazione ideologica. Così come La casa in collina e La luna e i falò. In questi due romanzi non c’è assolutamente il disimpegno. C’è invece l’impegno dell’intellettuale e in modo particolare dello scrittore che riusciva a guardare e ad osservare uno spaccato storico non con le lenti dell’ideologia e della demagogia ma con una capacità critica che va oltre ogni pur semplicistica posizione ideologica. Ho lavorato per oltre quarant’anni su Cesare Pavese pubblicando diversi saggi. ​ Pavese non si disimpegnò. Si impegnò come scrittore. Questo impegno non è chiaramente a misura ideologica. E’ qualcosa di diverso anche se non manca una precisa affermazione culturale. Il travaglio di Pavese è stato un travaglio tutto esistenziale e intellettuale ma che chiedeva una voce, un approccio, un riferimento cristiano. In Pavese questa necessità di dare risposta alla sua coscienza si avvertiva. La letteratura era un attraversamento mitico e simbolico. E questo percorso verso il mito, comunque, costituiva l’altra faccia di una medaglia la cui interpretazione aveva una valenza sacrale. C’è pathos proprio in La casa in collina. La centralità dell’uomo oltre ogni ideologia. Un messaggio di tolleranza e di pacificazione. Occorre rileggere certe pagine: “Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificarne chi l’ha sparso”. Il 1936 è l'anno di Lavorare stanca. Poi vennero i "paesi" della rievocazione dei miti sino al 1947 con Dialoghi con Leucò. E poi ancora il mito della casa, come memoria di un luogo e dell'anima, e della collina. Poi ancora la metafora - simbolo della luna e il richiamo ancestrale del falò. Ma l’anno precedente al 1950 è un anno chiave per Pavese. Il 1949 è stato uno degli anni più intensi, e forse più faticosi anche sul piano esistenziale, della vita e della ricerca letteraria di Cesare Pavese. L’anno successivo, nell’agosto del 1950, si uccide in un albergo di Torino, lasciando sul comodino uno dei libri, certamente, più significativi che abbia scritto. Mi riferisco a Dialoghi con Leucò . Un libro simbolo nel quale si ripercorre tutto un viaggio all’insegna del mito e del simbolo. Mito e simbolo hanno caratterizzato una chiave di lettura che ha trovato proprio in Pavese un riferimento per quei valori che si identificano nelle radici, nella riscoperta di una appartenenza, nel bisogno di memoria che le civiltà, i popoli, gli uomini hanno. Vita e letteratura dunque nel dramma di un poeta e di un uomo. Pavese, nonostante tutto, resta uno di quegli scrittori che ha raccontato gli anni della Resistenza, la guerra partigiana e repubblichina con angoscia e pathos. Sempre da La casa in collina: “E verrà il giorno che nessuno sarà fuori dalla guerra; né i vigliacchi, né i tristi, né i soli. Da quando vivo qui coi miei, ci penso spesso…”. Certo non si può parlare di un Pavese disimpegnato. Si serviva degli strumenti della letteratura. Si pensi a La luna e i falò. Un romanzo dichiarazione. Proprio all’inizio del dodicesimo capitolo c’è un inciso di una forza stravolgente: "…quanti poveri"



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lunedì 24 aprile 2017

Scelte medico-oculistiche©

Di Mary Blindflowers©

Censura per donna, ultimo modello. Pastello su carta, Mary Blindflowers©


Frastuono. 
Suonano clacson in mezzo al traffico malato delle nostre città dove le persone lanciano messaggi gridati. Ci sarà tra poco molto baccano un po' pacchiano sulle spiagge assolate del Mediterraneo e non, ci sarà l'estate, il tempo in cui gli abiti variopinti di uomini e donne lanceranno chiassosi messaggi pseudo-erotici conditi da chiacchierante profumo più o meno costoso. Ci saranno i venditori di cocco che lanceranno il loro messaggio al vento: cocco fresco, cocco... Le bancarelle nei mercati traboccheranno di merci ridanciane che fanno tanto rumore spesso per nulla. Tutto l'anno ci sono i centri commerciali, stucchevoli, patinati, ultra-mega-lucidati, attraenti, disturbanti, accalappianti per una perfetta ipnosi collettiva, con la musica spesso alta per segnare le tappe degli acquisti più inutili, quelli che quando arrivi a casa pensi: "perché ho comprato questa roba?"


Il chiasso, il rumore...

Sui social ciascuno fa rumore per imporsi cercando però di non urtare la sensibilità a volte eccessiva ed egocentrica degli amici.

Se dici che i selfie ti intristiscono ti troverai contro tutti quelli che si fanno i selfie; se dici che ti piace la carne di manzo, i vegani ti chiameranno mostro e diranno che ce l'hai con loro; se dici che detesti i test a crocette e i cruciverba, i patiti di enigmistica diranno che sei un imbecille; se dici che non ti piacciono i film di Nanni Moretti perché li trovi monotono-pallosi, i comunisti tolleranti proveranno a bruciarti con il lanciafiamme; se dici che detesti i totalitarismi, i fascisti diranno che sei da abbattere a ore nove; se dici che sei atea, una frotta di baciapile comincerà ad accendere un fuocherello... Allora? 
Il silenzio è diventato ormai l'unica cosa che conti perché ciascuno è diventato così importante e fondamentale da non permettere a nessuno di esprimere un giudizio super partes, ciascuno è protagonista indiscusso di questo tempo morto. Insomma, meglio stare zitti e constatare ogni giorno di più che solo il silenzio dei cadaveri viene veramente apprezzato e condiviso.

Se dici ciò che pensi ti diranno che sei malato, allora la questione è: dire ciò che si pensa rimanendo sani, pur facendo pensare di essere malati o non dire nulla rimanendo malati e facendo pensare a tutti di essere sani? Che ognuno faccia le sue scelte medico-oculistiche oculate, spennacchiate e svariamente scalibrate. E che la tolleranza sia con voi, qualunque cosa decidiate.

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domenica 23 aprile 2017

Fottetevi!©


Mary Blindflowers©
Anarchia, tecnica mista su tela, esposto al Rayleigh Windmill Museum in U.K.


Inizierò col regalare faccine sorridenti,

e tanti denti finti-oro,

comincerò a far parte del coro polveroso degli oranti,

uno fra tanti,

e saluterò, eccome se lo farò,

buongiorno e buonasera

ogni mattino ed ogni sera,

con foto di rose fragranti

e post immediatamente insignificanti,

leggerò una poesia idiota al giorno,

e farò come Giuda Iscariota e il suo contorno,

sarò leggero,

e dirò a tutti rosso di sera bel tempo si spera,

non complicherò più,

non dubiterò,

non dirò il vero,

non disquisirò,

non contraddirò,

non penserò,

sarò disonesto,

farò parte di un circolo,

un entourage di perfetti deficienti par mio

che anziché portar grana lana

mangiano il formaggino pio,

solo così diventerò una gran bel figlio di puttana,

simpatico a tutti.

Prima però che io faccia tutto questo,

fottetevi che poi vi dico il resto!



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Pensée transversale©

Mary Blindflowers©

L'Isola delle Api, tecnica mista su carta riciclata, Mary Blindflowers©



Je me demande de la chèvre turchino bleue

et je m'assieds, livre en main

compter l'appartement-minute du matin.

Pourquoi je n'ai pas réponses

dans notre monde?

Doute proposé,

simples solutions supposées anti-nevralgie.

Et ce petit homme beurre-rond-male?

Pensée lysergique transversale

en énergies1.


1 M. Blindflowers, Controluna, mi si scompone l'ordine dei versi, non publiés.




sabato 22 aprile 2017

Pranzo di Battesimo©

Di Luca Leoni©


La mattanza iniziò prima dell’alba. Ventiquattro tra polposi capponi e decrepite galline e polposi capponi vennero macellati da nonna Irene, Peppina e Iolanda. Non si sprecò neanche il sangue, raccolto in una vecchia padella d’alluminio senza manico. Il pentolone iniziò a sbuffare vapore candido e denso quando le montagne a est iniziarono a tingersi di un blu lapislazzuli.
Quarantotto zampe gialle limone vennero desquamate e messe a cuocere in una pentola a parte. Erano tutte per Arnaldo, in furiosa adolescenza e di un’altezza inusuale, come suo nonno pizzardone dalla calligrafia svolazzante. Amava spolparli, quegli arti bolliti. Iniziava dai polpastrelli, poi sfilava i tendini come fili d’acciaio di freni di biciclette abbandonate. Infine rosicchiava la cartilagine, mentre il sugo del brodo gli colava dagli angoli della bocca.
Il piccolo corvo venne battezzato quasi a porte chiuse, di fretta, col prete che spalancò più volte la bocca per sbadigliare mentre farfugliava un parlottio incomprensibile. In strada, i rumori della città in movimento tacevano ancora.
Il pranzo venne imbandito su un tavolo chilometrico. Una ventina di commensali, tra cui una coppia forestiera. Lei attraente e ben in carne, dagli sguardi di lampo. La consumazione ebbe inizio, principiando dalla stracciatella. Arnaldo trangugiava le sue zampe bollite in disparte, tenendo d’occhio tutti i commensali. Notò ben presto che i patriarchi, a più riprese e a turno, fingevano di far cadere le posate. Si chinavano per raccoglierle, dirigendo lo sguardo nel medesimo punto, infilando la testa sotto la tovaglia. Quella curiosa apnea diventò ben presto un vero e proprio tormentone.
Arnaldo volle svelare cotanto arcano. Osò mettere il naso in quel vaso di Pandora, infilando la testa sotto la tovaglia in un punto sguarnito del tavolo sterminato e orientandosi nella medesima direzione presa dagli sguardi dei patriarchi.
Ecco, tutto aveva un senso: la forestiera attraente e ben in carne si beava di ostentare le sue calze con giarrettiera, disponendo le gambe polpose in una posizione non proprio pudica.
L’adolescente tornò alle sue zampe da spolpare, ma il suo chiodo fisso era rimasto lì, a quelle gambe carnose appena sbirciate.



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giovedì 20 aprile 2017

La bellezza©

Di Feffo Porru©

Opera di Feffo Porru©


Si leva la bellezza cocente e oziosa

a un albeggio lungo cento indugi

mentre carmini le rondini ricamano

sui petali che infila.

L’aurora austera sfociava sulla biada

serena e grata di guazza innamorata

della grazia smagliante.

Non v’accorgeste che il suo destarsi reficiènte

ridà rubini e zaffiri a una natura settica ?

Si ridesta munifica bellezza incantabile,

che la latebra mia profonda millenni inverdisce

e mi dona tenuità puerizia che barda d’anemoni spietrati

la felicità selenica che cola dai rovi di bambagia

che filo con le spighe platine natie del suo passeggio

quando l’animo mio nel suo balsamo ravvivava

il colore sbiadito dei meridiani abortiti. 

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mercoledì 19 aprile 2017

La letteratura ha la pazienza del silenzio©

Di Pierfranco Bruni©




La vita è condizionamento. Sempre. Spesso mi chiedo perché ci sentiamo in un paese delle meraviglie quando siamo in un paese delle disperazioni. La differenza tra disperazione e tragico? La disperazione è Cesare Pavese che non comprende il tragico di Seneca. Il dolore e la nenia è Leopardi che si inventa una malinconia per diventare personaggio dentro le rimembranze e offre alla filosofia una morale che non può avere. La filosofia non è morale e non ha morale. La filosofia è la follia del tragico che cerca di annullare la disperazione viaggiando dove abita Tiresia. 

Condizionamenti! Alvaro non amava Leopardi. Papini aveva capito che la filosofia delle “Operette morali” diventava un gioco di leggerezza. Gli Illuministi hanno sempre vissuto la leggerezza del nulla non indossando mai maschere, ma diventando dei doppi. Le ambiguità sono vitali in un tempo di incoerenza. La maschera è la recita dei centomila che diventano memorie sommerse.

Enea legge ciò che sarà. Non ciò che è stato, come Ulisse. Ma viene dall’Oriente. Enea è Oriente e Ulisse Occidente. È l'Oriente che inventa Roma paganamente cristiana. Cristo è la Profezia ma anche la Provvidenza. Aveva messo in conto la doppiezza dell’incolto Pietro. Già perché la Profezia è "magia" e la Provvidenza è il "sacro". 

La letteratura o ruota intorno al campo indiano della filosofia o è comicità senza ironia. Viviamo di luoghi comuni. È stato sempre così. Leopardi non è morto di malinconia. Ma di noia. La sua noiosa litania non ha permesso di compiere il gesto estremo.

Nella mia vita sono ritornato spesso sulla figura di Alice. Non tanto su quella di Arianna. Alice non solo è una metafora delle allegorie che si trovano nella favole – fiabe. Vive tra la morte di Pirandello e quella di Alvaro. Il paese delle meraviglie non è un reale che si manifesta. È un immaginario che si percepisce. Io percepisco il dialogo tra il fantasma della madre morte e Pirandello proprio nel momento in cui la confusione si fa nostalgia. 

Mi invento un dialogo tra Alvaro e Cristina Campo pensando che Alice sia Cristina nel suo essere tigre. Entrambi sono scrittori che se ne fregano del reale e sanno che vivere è soltanto scrivere la memoria con la consapevolezza che anche questa è un assurdo dal momento che non si vive più. Alice è una farfalla che ha lo stupore nelle ali. Muore e rinasce.




Sfoglio pagine di un diario fatto di ritagli sparsi e leggo da un appunto di Alvarez de Castillo: 




“A voltar pagina mi trovo a guardar ne gli occhi Teresa che ha la passione ruggente di Cleopatra. Silvia intrappolata nella siepe è morta di nenie e oblio nel canto notturno di una impossibile malinconia. E Beatrice falsa e cortese si specchia senza vedersi nelle illusioni di un esiliato senza esilio. Mentre Laura ha navigato dolce e fresche acque nella nudità della sua incolta pudicizia. 

Io innamorato resto di Fiammetta che mai negò il trastullo a dire il vero ad una passione che d'amor esplose. Non rimembrar troppo oh Leo che di contraddizioni il tuo parlar è degno e di viltà il tuo cammino è un regno. Al contrario di chi Jacopo si chiamò che mai disdegnò per amor un duello sino a morirci dentro. 

Di storie siam fatti e di destini mascherati ma buona gente credete a ciò che percepite e mai a ciò che udite. Di donne e amori e guerre le Angeliche son vissute ma voi amatele senza mai farvi rapire il core. 

E se scelte dovete pur fare di Silvie e Beatrici e gatte lesse non vi contornate cosi come dei loro cantori che per noia son maestri ma di Teresine e Fiammette fatene un inno perché la vita è già così grigia che di fuoco abbiam bisogno e di canti veri siam scarsi ma coraggiosi e imprudenti si muore contenti nella gloria della Veronica che Franco si chiamò. 

Buona gente la maschera non vi fa onore e la vita sì se al piacere date il dono senza ceder agli imbrogli e alle apparenze. Ed ora danzate al canto della gioia tra i passi di Gabriella tutta profumo e cannella e gli inferni i paradisi e i purgatoti lasciateli ai Manzoni ai Monti e ai Montali e fatene un falò per un sorriso in più e una finzione in meno”. 

Il problema si pone tra il descrivere il dolore e il vivere il dolore. Leopardi si pone davanti a due temi centrali. La solitudine e il voler amare pensando che amando si possa sconfiggere la solitudine. 

Non riesce ad amare. Perché non sa cosa è il MISTERO della lacerazione degli amori e sempre vive chiedendo consolazioni. I suoi "poemi" non sono disperazione. Sono consolazione. Una forma maniacale. 

Cioran non è dolore. È disperazione. Non cerca consolazione perché sa, come Sgalambro, di vivere la distruzione del tempo. Il tempo è disperazione. Non la solitudine. Anzi la solitudine è morire lentamente in libertà. Il disperato è l’inquieto in solitudine che si cerca per distruggersi. 

Leopardi? 
Ha scritto sei sette straordinarie poesie... pagine tentate sul piano filosofico come le Operette morali, appunto, e il resto diventa mitizzazione. Porto dentro di me l’Arcano.

La leggerezza del dolore di Leopardi è la decadenza di Cioran che si disegna nella morte arcaica di Pavese. Cioran è la mia persecuzione dolce. 

Leopardi nei confronti di Pavese è un tenero e ambiguo allievo. 

Foscolo è il vero tragico che ci confronta con la morte e con la fine della morte in una illusione esasperante. Cioran è un gigante e usa il linguaggio della consapevolezza che tutto è disperazione. Leopardi ci racconta la banalità del sabato del villaggio. 




Dio per Leopardi è un relativo. Per Cioran e Pavese è il senso del tragico con il quale vuoi o non vuoi bisogna convivere. Seneca dialoga con Cioran. Con Leopardi si diverte soltanto. Cammino con accanto Pavese e Cioran. La letteratura si fa con la morte e mai con la illusione di scendere e il salire le scale appoggiandosi ad una ringhiera.

Ho solo il disamore che mi cammina nelle parole che d'amore vibrano. Sono stanco per tutto ciò che non ho mai dato e stanco per un applauso che più non tocca la mia anima. Vienimi incontro. 

Sono vivo ma considerami morto. Più morto di cosi ci sono solo i vivi che non sanno di essere vivi. Chi avrà il bisogno di sentirsi vivo mentre percepisce che è morto? Chi avrà la forza di sentirsi morto mentre sa di essere vivo? La letteratura è l’agonia di un sigillo. 

La metafisica che ho cercato si è intrecciata nella mia barba che cresce come i padri del deserto che camminano con la pazienza della luna nel grido di una preghiera che sempre mancherà al canto notturno di Leopardi che ha nel suo pianto la logica. Vivo di ARCANO. Ho sfogliato ancora UNA VOLTA il vocabolario del mio tempo, viaggiato lungo la grammatica dei simboli per guardare negli occhi il tempo sommerso che ha la memoria delle favole. Intanto la mia barba bianca mi regala anni in più. Ed è giusto così. Misteriosamente ribelle porto dentro di me l’Arcano. La Ragione assurda del tempo che passa e il Mistero segreto del viaggio di memorie. 

Se “La donzelletta vien dalla campagna/in sul calar del sole”, io a scender nel muto gorgo mi apparto per viver la parola come agonia del mio tempo.

La letteratura che farò stasera, domani, dopodomani? 

Che domanda da imbecilli! 

La letteratura ha la pazienza del silenzio.



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sabato 15 aprile 2017

Colombina©

Di Mary Blindflowers©

Profilo costruito, pastello su carta, Mary Blindflowers©


Allarme allarme

privacy violata,

microdonnina innamorata!

Ahi Colombina dai riccioli rossi

che per pubblicar

mezza canzone

mostri le tette a tutta la nazione,

al lattaio, al prete,

al libraio, al chierichetto e all'operaio,

no, no, meglio al direttore editoriale,

e a su corru manu 'e sa fusca1

ma il lupo è furbo,

arlecchinorbo dentro l'occhio delle vanità,

ah Colombina Colombina senza castità.

Che fai là?

Vedo e prevedo...

Mangerai gli avanzi della tua stupidità,

non è farina, ma davvero tutta crusca.

Non susciti né pena né disprezzo

perché sei morta già da un pezzo.

Amen.




1Alla forca.


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venerdì 14 aprile 2017

Storia di Beppe Rotelle©

Di Maria Concetta Giorgi©


Si chiama Giuseppe D’Ursi, conosciuto come Beppe Rotelle, ha la sua casa a Capocolle di Bertinoro, nell’entroterra romagnolo, ma vive per strada a Cesena, Cesenatico e luoghi limitrofi. E' un disabile, non può camminare, un’ernia operata da un non-dottore in una struttura invece riconosciuta, e Beppe è rimasto in sedie a rotelle. E’ un uomo forte, che ha carattere, non si dispera facilmente. L'ho incontrato al mercato di Cesenatico e mi ha raccontato come vive, perché in effetti ci sono molti modi di vivere. Per alcuni la vita scivola via con gran facilità, soldi, salute, amore, fortuna, per altri la vita va conquistata un pezzettino alla volta, come se vivere fosse un campo di combattimento continuo o una trincea. Lì ad aspettare che qualcosa cambi stando sempre attenti a come muoversi, lì a sperare che prima o poi ci sia la possibilità di uscire dall’impasse e che una volta usciti, il mondo fuori si sia sensibilizzato, sia entrato in empatia verso chi soffre.

Beppe abita nel garage della sua abitazione a Capocolle, al primo piano non può più salire da quando è in carrozzina. Non ha l’energia elettrica per vicissitudini con l’azienda fornitrice, ha una pensione minima. Si mette un capello da clown e gonfia i palloncini per i bambini, lo fa per poter racimolare qualcosa, briciole…
E' sempre solare e sorridente, ha voglia di vivere. Sì, ha voglia di vivere.
Vuole dormire a casa sua Beppe, non dormire in stazione o a casa di chi può ospitarlo.Vuole tornare a Capocolle con i mezzi pubblici. Tutto normale, lecito, se non fosse che i mezzi pubblici lo lasciano per strada il più delle volte, non ci sono le fermate abilitate a scendere o a salire. Vuol dire che quando Beppe torna a casa sua, a Capocolle, non può scendere perché la fermata non è abilitata, vuol dire che deve scendere 7 km dopo, a Forlimpopoli, e poi ritornare indietro con la sua sedia a rotelle.
Sono 16 anni che vive così.
La zona del riminese ha le fermate abilitate, la zona del forlivese no per molte di esse. Cervia è inaccessibile, Ravenna e Faenza sono ugualmente difficili da raggiungere, pure Cesenatico ha fermate non abilitate. Proprio oggi Beppe, arrivato a Capocolle, non poteva scendere, l’autista gliel’ha concesso dicendo che non si assumeva nessuna responsabilità fosse accaduto qualcosa. Nell’autobus Beppe ha chiesto aiuto ad alcuni ragazzi, non l’hanno aiutato, è sceso da solo con mille difficoltà nell’indifferenza più assoluta.
Beppe si vuole comprare una piccola telecamera di quelle che usano i ciclisti e che si mettono sul casco, vuole riprendere i volti delle persone quando lo incontrano. La gente assume gli atteggiamenti più vari, c’è chi lo saluta calorosamente, chi gli dà la mano, chi lo guarda con la faccia schifata, chi si secca, chi fa le corna…

I Servizi sociali non lo aiutano, ha la casa di proprietà e questo basta per essere lasciato a se stesso nel garage, o per strada.

Ai politici di Cesenatico (Beppe lo conoscono tutti), si è rivolto, ma non ha ottenuto nulla, gli avevano promesso una sedia a rotelle manuale, ma non è arrivata, viaggia su una sedia elettrica ormai usurata.
E i politici sono tanti, PD, il nuovo 5 STELLE… 

Ma a Beppe non manca la voglia di vivere, lui viaggia…

Lo cacciano se si posiziona davanti ai negozi perché la sedia a rotelle imbarazza e ingombra, poco importa se sopra c’è un essere umano.
Non può accedere ai servizi igienici dei bar, se prima non ha consumato…

Dalla Congrega dei velisti di Cesenatico, sulla spiaggia, durante l’estate è stato allontanato, una sedie a rotelle con un disabile sopra dà fastidio e provoca sdegno e irritazione.

Ma a Beppe non manca la voglia di vivere…
A me la voglia di vivere sarebbe andata via da un bel pezzo…

Via chat gli ho chiesto cosa avrebbe voluto dal Comune di Cesenatico, ecco la sua risposta: “A Cesenatico, vorrei salire e scendere liberamente dagli autobus, poter usufruire delle spiagge libere liberamente, dei servizi igienici, entrare in alcuni locali, usufruire dei traghetti del canale, salire sulle varie barche trasformate in locali galleggianti, insomma vivere una vita come gli altri.” Ha poi aggiunto: “D’inverno vivo spesso nelle stazioni, d’estate più semplicemente vivo ovunque”.


“Più semplicemente”… incredibile come la vita sia per lui ancora semplice a parole, come riesca ad esprimersi così. 
Ora però Beppe ha momenti di sconforto, di crisi, mi ha detto che non ha più voglia di fare il clown e far ridere i bambini.
Credo che ogni commento sia superfluo, che troppa retorica danneggi.

Occorre agire.

Il Sindaco di Bertinoro, Gabriele A. Fratto, è un giovane sindaco, ha 27 anni e molta voglia di fare, mi ha già risposto in privato alla fine del 2106, e la disponibilità ad aiutare Beppe ce l’ha, nel 2017 metteranno a posto la fermata bus di “Capo Colle”.

E’ vero? Siamo in Aprile 2017… 
Sindaco, manterrai la promessa? E’ così difficile abilitare quella fermata di Capocolle? 
Mi domando: “Devo forse aiutare Beppe chiamando le Iene o Striscia la notizia?
Devo farlo? Io sono pronta, la parola non mi manca.
E Beppe quante volte dovrà fermare il traffico a Capocolle, sulla via Emilia, per avere attenzione?
Un uomo conquista il suo spazio quando viene rispettato, quando quello e chi gli sta attorno, lo aiutano a realizzarsi.
Non servono le finzioni, e non servirà neppure che dopo questo articolo vengano fatte le solite promesse. Sono 16 anni, 16 lunghi anni di attese. 

A Beppe non servono menzogne, ne ha già passate abbastanza, a Beppe serve, come a tutti noi, trovare un posto in questa vita, dargli senso.

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giovedì 13 aprile 2017

Informativa sulla violazione del copyright©

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Il manoscritto è protetto da doppio copyright in 172 stati registrato con il numero 312233476 e sotto la tutela dalle stesse leggi BRITANNICHE. La Black Wolf Edition & Publishing Ltd. ha l'esclusiva dei diritti e di pubblicazione, divulgazione, tutto regolarizzato da contratto sottoscritto dalla stessa Autrice e depositato presso l'ufficio legale. 

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LA LEGGE DEL COPYRIGHT COMPRENDE ANCHE LO STATO ITALIANO FIRMATARIO DELLA STESSA LEGGE. Le case Editrici DEVONO RISPETTARE LE LEGGI! Legal Office Black Wolf Edition & Publishing Ltd.

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