venerdì 20 gennaio 2017

Poesie fredde©

Di Mary Blindflowers©

Donna interiore, tecnica mista su carta, Mary Blindflowers©


Scrivo poesie fredde

Fritta che nie in cabu in cabu e' sa die1

antichimeriche a doppio sfondo
e piccolo metafondo di gelomende

Pagu melósa2,

qualcosa di orrendorrende, che rende?

molzende mézus immentigare, cabos de fune,
trincendhe,
limbi longa!3

niente a cui la parola si sovrapponga,
cappi lenti mai imitativi,
imperfetti, non diagnosticati
da critici allineati semprevivi

Macchìnes!4

mai certificati da alienodotti dottorati,

Ivvilida!5

versi semplicemente dimenticati
in cui non ci si annida...

Immentigados!
E tando bae a tribagliare!6

Lavorare,
ma la voce di tanto in tanto può sbagliare?


1Fredda come neve all'inizio del giorno.
2Poco mielosa.
3Morendo meglio dimenticare, capi di corda, trinciando, lingua lunga!
4Stupidaggini!
5Noiosa, ripetitiva!

6Dimenticati e allora vai a lavorare!

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Conversazioni di cigni indolenti©


©François Nédel Atèrre, 07.12.16

Ph : "Bolshaya Neva, 2016" - Francesco Miti

Foto Mary Blindflowers©

Non c’è processo stasera, il diffamato 

gira per strada con le mani in tasca,

fischiettando. 

L’anziano vescovo, col volto acceso 

dalle candele, scruta pergamene, 

ma non ha formule da pronunciare, 

"testis unus, testis nullus".

Il soldato, con la strana uniforme 

e l’elmo ornato da piume, non preme

alle mura della città, non uccide 

l’improvvisato straccione che si arma, 

né scalcia l’animale detestato,

per il contagio, in capanna e stambugio.

Non c’è neppure un suono, 

canzone antica, o accordo da strumento 

di legno curvo, che adesso accompagni

su questo ponte, in piedi da millenni, 

solo la luce accecante, fumosa 

dei lampioni –alberi strani, che ardono sempre-

che suggeriscono sagome ai muri

di persone.

C’è solo l’acqua da guardare, che scorre 

sempre allo stesso ritmo, verso il mare 

lontano, lucida e gelata, e che sostiene

conversazioni di cigni indolenti.





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giovedì 19 gennaio 2017

Mefistoclarinetti©

Di Mary Blindflowers©

Accordata al Robot, tecnica mista su carta, Mary Blindflowers©


Ma..., non questo ballo la diva ago-
gna,
sco-ccia freddadoccia,
non sono nelle sue gra grrr acida-grazie,
prego, prego fintaroccia,
latomie da megalomanie
intolleracritica diniego al senso,
edipica popo'eeeesia
ritmo melenso,
rime in tutta fretta,
spurgosetta si lamenta,
tenta con la lametta
dei suoi denti stretti
intoccabile poesia,
eccola, la vedete?
Come no?
Sta là.
Ah
suona mefistoclarinetti
sopra la bacheca di nessuno.
Ne resterà solo solo uno
e chi la fa, l'aspetti...




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Quel romanzo che sto scrivendo©


Di Luca Leoni©

L’ho iniziato da quel giorno che sai, il romanzo che sto scrivendo. Sta prendendo una forma metamorfica, che mi sfugge come un’anguilla giovane, ogni volta che oso tentare un approccio. E’ un album: foto mai viste che si materializzano per magia, focalizzandosi lentamente su carta fotografica, tra le acque agitate dell’acido e in uno stanzino polveroso avvolto dal rosso pomodoro della lampadina accecante. Le foto che bloccano l’istante, in quel bianco e nero dei film migliori, indelebili e tatuati nei ricordi. Le foto che sta a noi rimettere in moto e infondervi una linfa nuova, come i fotogrammi dei primi spezzoni di muto. Sono più immagini in fotogrammi che parole, i capitoli di quel romanzo. Ogni giorno mi accingo d’istinto a tesserne la tela, che poi a sera, vinto dal perfezionismo, disfo e lascio riposare. Sono onde continue e mai identiche di un mare in tempesta, perché è in inverno che l’ispirazione è feconda. L’estate è mia nemica, perché sa come disfarmi corpo e mente e anima, torturandomi con mareggiate di parole, ripiene di vuote conchiglie taglienti. Quel mio romanzo lo scrivo con la carta pregiata del silenzio, i miei occhi penne a intingere inchiostro nei colori di certi paesaggi, nei sapori di certi sguardi, negli aromi di certe parole non dette. Avrei bisogno di un coro compatto, che mi dettasse parole e interpunzioni, spazi e paragrafi da scolpire, come fossero scalinate attorcigliate sui fianchi di faraglioni senza tempo. (Ma le donne sono soliste e gelose, tra loro.) Ispirazione è questa mia barba incolta, che suscita solletico nel palmo della mia mano sinistra.
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C'è dell'acqua torbida a Nicotera©

Di Michele Caccamo©


Non avevano messo i datteri nella testa del capretto, ma la sufficienza del piombo per un’intera famiglia: quella dei D’Agostino.
La ‘ndrangheta quando è spaventata fa così: si mette davanti alle nostre case e traccia solchi di sangue fin dentro al nostro grembo. Fa così quando pretende di ammutolire la ribellione.
E Antonio D’Agostino solo a nominarlo, già allora, creava un disturbo: scuro nervoso esattamente temibile. Gli hanno inviato cinque proiettili e una testa mozzata di capretto: un cliché che avrebbe seccato il sangue a chiunque.
Nicotera è talmente vicina agli aranceti incantati di Rosarno che durante la rivolta i bastoni degli immigrati hanno risuonato ovunque, aprendo la coscienza di molti e colpendo il cuore di Arturo Lavorato e Felice D’Agostino: la ‘ndrangheta che sfrutta, la politica che mantiene la speculazione; e quegli uomini abbandonati senza angeli custodi, altri non fossero che i caporali. Nessun animo buono poteva stare in silenzio dinnanzi a tanta disumanità, bisognava intervenire e prima che arrivasse una vendemmia di sangue. Lo immaginavano, Arturo e Felice, già filmando la rabbia e la delusione di Franco Costabile. Oggi i nuovi poveri non sono solo tra gli immigrati. Loro due volevano salvare tutta la gente inerme e succube: Arturo, alla fine, ha scelto i “negri” tra gli aranceti, e al loro fianco ha lanciato il grido di allarme, contro la ‘ndrangheta contro il caporalato contro lo sfruttamento.
E ancora a Nicotera, in un giorno qualunque, hanno fatto un salto all’indietro aprendo il rubinetto dell’acqua: gialla come se tutta la ruggine del pianeta si fosse infilata nelle condutture sotto le case, come se la morte si fosse sciolta nelle viscere del paese. Era imbevibile, qualcuno aveva sommerso i pozzi di tossico. E fu così per ore, giorni, mesi.
Era necessaria una protesta, una reazione popolare; prima che il fuoco della morte si avventasse sulla cittadinanza. Un movimento, civico e civile, per il diritto alla vita: lo disse Lavorato, lo disse D’Agostino, lo disse Toni Capua, lo dissero centinaia di nicoteresi. Si riunirono. 14 Luglio, il nome scelto.
Quella è una comunità irremovibile, sarebbe stata all’erta: senza alcuna possibilità di cedimento, senza alcuna trattativa. I nicoteresi chiedevano un diritto, non un privilegio.
I cuori dei cortei mettevano sotto pressione la Sorical: l’attenzione delle autorità era puntata sulla gestione delle falde acquifere.
Nicotera era diventata un pugno, il diritto all’acqua era la via maestra. E ognuno aveva giurato che non avrebbe ceduto, neanche un millimetro, alle impaccature di giustificazione, create dalla Società di gestione dei pozzi comunali.
E c’era, tra gli altri, anche la cronista Dell’Acqua: aveva prontamente indossato l’elmetto e si era tuffata per la pesca del veleno. E ne parlava. Eccome se ne parlava.
Il Movimento 14 Luglio era forte. Toni Capua raccordava gli incontri, coordinava le iniziative a sorpresa.
Fu forse prima di qualche tuffo che alla Dell’Acqua venne fatto perdere l’equilibrio: e smise l’elmetto e smise la lotta. E pensò che in fondo il giallo dell’acqua non fosse poi così distante dalla colonia Chanel, che ci poteva stare. Che si poteva smettere di parlarne, che il Movimento 14 Luglio poteva chiudere i battenti.
La Sorical inquieta aspettava.
L’intrepida cronista iniziò a buttare alla rinfusa articoli sconnessi, intenzionata a spostare l’asse del mirino. Aveva ancora le pale dell’elicottero sopra la testa, viste qualche giorno prima sul social e poi fatte scandalo, e poi ancora ingiusto merito. Aveva negli occhi un disegno ambizioso, seppur lontano dalla sua gente. E scrisse di tutto, e ogni storia era agevole, perché favorita da un quotidiano disattento.
La Sorical inquieta aspettava.
Il Movimento 14 Luglio non aveva intenzione di soccombere, tanto che chiese di poter replicare. E l’intrepida cronista, spalle forti, disse di no. Che era una limitazione, un bavaglio alla sua libertà. Ed emise strilli di allarme; e si dichiarò perseguitata, si dichiarò dell’antimafia.
E ci sono sempre i giornalai giornalieri cercatori della disonestà calabrese. E così ci hanno creduto, e così non hanno visto oltre.
La Sorical inquieta ancora aspettava.
Serviva utilizzare la ‘ndrangheta: è pur sempre un marchio buono e, a chi ha dimestichezza con la notizia, non sarebbe stato difficile farla passare per reale: la ‘ndrangheta, che vuole tappare le bocche. Ma non quella vera, che si preoccupava dei D’Agostino, di Lavorato, e dei cittadini di Nicotera che non avevano paura, serviva il suo fantasma da agitare sotto il cielo dell’antimafia. Fu così che l’intrepida cronista, spalle forti, divenne un caso. Con la complicità del disattento quotidiano, trasformò, in petizione (da presentare dove come a chi?) una semplice richiesta di diritto di replica a un suo ennesimo impreciso articolo. Divenne combattente e soldatessa d’inchieste, in realtà mai avvenute, contro lo strapotere mafioso, e chi le stava contro un complice colluso. Divenne così martire, vittima di quei “cattivi” che chiedevano soltanto di poter ribattere. E la stampa nazionale senza investigare ha accettato l’inganno, e ha fatto grancassa.
E la Sorical, da qualche giorno, ha creduto di non dovere più aspettare.
E l’acqua ancora rimane imbevibile, e nei pozzi c’è ancora il tossico.
Il Movimento 14 luglio, è notizia di ieri, ha occupato il Municipio. I nicoteresi continuano la lotta, nonostante il fango della stampa nazionale.
La Costa degli dei è orlata di neve. Chissà mai quel candore non riesca a ripulire le condutture dell’acqua e qualche coscienza; chissà mai non riesca a lavare il rischioso peccato della cupidigia, o altre recenti dannose bramosie.

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martedì 17 gennaio 2017

Riprende fiato©

di Feffo Porru©

Opera di Feffo Porru©


Riprende fiato uno scirocco, asmatico

affannoso e secco tra i rami derubati

in una foresta arrossata d’autunno.

Un muschio di rame è tappeto del suo spirare

mentre nuvole zingare, leggono

il palmo di un giorno spettinato a oriente.

La tramontana nascosta tra muretti a secco

aspetta la sera per scrollarsi di polvere

d’umido e coprirsi d’aghi di smeraldo

di pini radicati al granito.

Io non ascolto la vibrazione delle folate

per lasciarmi assorbire dall’imbrunire

in un letargo scavato da cigolii di nuvole arrugginite

che chiudono il mio confine amniotico:

bosco sonnolento sulla miniera morente

abbandonata alle raffiche dei fantasmi.



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lunedì 16 gennaio 2017

Il fuoco da Pavese a Pirandello©

Di Pierfranco Bruni©




Il “concetto di fuoco” e di “falò” lo troviamo spesso nella letteratura ed è legato, da una parte, a una chiave di lettura antropologica, dall’altra a un chiave di lettura sensuale, sessuale, di sensibilità passionale. I due aspetti del fuoco e del falò sono due elementi che hanno caratterizzato gran parte degli scritti di Cesare Pavese, ma il “concetto di fuoco” è anche presente nell’opera di Gabriele D’Annunzio, com’è presente in molta letteratura in cui la visione etnica diventa centrale.
In Pavese il “concetto di fuoco” lo troviamo in molti racconti. Lo troviamo in un romanzo incompiuto lasciato metà e scritto insieme a Bianca Garufi, dal titolo “Fuoco grande”, ma nelle civiltà contadine, soprattutto meridionali, studiate dal punto di vista demoetnoantropologico, il concetto di “fuoco grande” stava a indicare un problema grosso, quasi irrisolvibile. Il più delle volte si diceva: “Madonna mia, che fuoco!”, come per dire: “Madonna mia, che grande problema, che grande tragedia, che grande dolore”.
L’espressione usata in molte civiltà contadine era “fuoco mio”, in termini dialettali veniva suggerito come “fuocu meo”, ovvero: “Cosa mi è capitato? Cosa mi è successo? Come posso affrontare questa situazione?”, come a significare che il fuoco rappresentava il senso del dolore, dell’angoscia, dell’agonia. Pavese usa questo termine in “Fuoco grande”, dando questo titolo al suo romanzo incompiuto, racconto lungo, nel quale si racconta una storia abbastanza tragica, dolente, come per indicare che nella nostra vita c’è questo fuoco immenso. Nella cultura balcanica e nella storia Albanese e Italo – albanese i termini più usati sono fuoco mio e fuoco grande, ovvero “zjarri im, oppure Zjarri i madh”. Termine che si trova nell’area Adriatica. Nella lingua araba hariq kabir traduce, appunto, incendio grande.
Ma oltre che in alcuni racconti, Pavese ha accennato a questo concetto anche in diverse poesie e nel suo romanzo “La luna e il falò”. Qui ritorna non il fuoco in sé, perché il fuoco si è già accesso, bensì il falò. Quindi la metafora “del fuoco che si trasforma in falò”, in Cesare Pavese, è l’attraversamento di una strategia letteraria, metafisica, ben compiuta. Questo romanzo, “La luna e il falò”, sta ad indicare come tutto si perde in un fuoco acceso che, con le sue fiamme, ha la dimensione straordinaria, eccezionale, del falò che tocca la luna o come un falò che dialoga con la luna. A cosa serve, metaforicamente, questo falò? Serve a nascondere tutto. Perché si brucia e si fa un falò? Perfino dei ricordi si potrebbe fare un falò, della memoria. Qui si racconta la storia di una giovane, di nome Santa, che viene uccisa e, per non lasciare tracce, nell’ultimo capitolo la si brucia accendendo un falò, facendo del suo corpo un falò, come per dire “non bisogna lasciare alcun segno”. Il falò si porta via tutto e resta solo la cenere.
Se il fuoco diventa un’angoscia, un’agonia, il falò lascia la cenere. Spento il falò, c’è la cenere e la cenere potrebbe parlare, potrebbe nascondere, mascherare e la luna, pavesianamente, è lì ad illuminare e a far risplendere prima queste fiamme del falò, e poi a dare voce a questa memoria nascosta dentro la cenere. Questo è Pavese, ma c’è anche il “fuoco” d’annunziano, passionale, sensuale. È il fuoco che “scoppietta” per dare un segno di sensualità ad un rapporto tra un uomo e una donna. D’Annunzio intitola il suo romanzo “Il fuoco”, il romanzo che apre il ‘900 nel quale si racconta la storia di un “Io” narrante, che sarebbe D’Annunzio, con Eleonora Duse. Non ci sono elementi rigorosamente antropologici, in questo romanzo di D’Annunzio. Ma D’Annunzio ha trattato questa questione del fuoco anche ne “Le novelle della Pescara” e in altri racconti, dando un immaginario verso un’identità popolare. Ma quello che mi interessa, in modo particolare, è come questo romanzo, che apre il ‘900, sia un romanzo profondamente radicato nel sentimento d’amore che diventa passione.
Questo amore tra D’Annunzio e la Duse è stato un fuoco che ha continuato ad ardere di passione, di sensualità. Ecco come gli aspetti di questo fuoco, di questo “concetto di fuoco” e del “concetto di falò”, possono avere delle chiavi di lettura, interpretative, sia sul piano letterario che antropologico. Ma il fuoco è anche una visione fortemente religiosa, si pensi alla Fornace di S. Francesco di Paola che possiede questa dimensione sacro-religiosa, ma anche in Pavese, quando si parla della luna e il falò, c’è una cultura religiosa popolare che pone all’attenzione proprio questo sistema di interazione tra il popolare e il nazionale in sé, la comprensione metaforica di cosa possa rappresentare il falò e di cosa possa rappresentare il fuoco. Uguale comparazione la si potrebbe fare in D’Annunzio, il quale era profondamente legato al mondo religioso, cristiano, attraverso anche delle dimensioni giocate tra il mondo musulmano e quello cristiano. Il fuoco ha rappresentato sempre un dettaglio attraverso il quale gli spiriti, le testimonianze, sono possibili di una comprensione da un punto di vista anche poetico. Ungaretti: “Sei comparsa al portone/in un vestito rosso/per dirmi che sei fuoco | che consuma e riaccende”.
Uno scrittore che ha tracciato un percorso metafisico sulla visione del fuoco è Pierre Drieu La Rochelle con “Fuoco fatuo”. Importante perché il fuoco è soltanto una metafora e il resto è morte, vita, suicidio, decadenza… Metafisica della morte. Così da La Rochelle a Papini: “La falena è innamorata di ciò che fa paura alla tigre. Ma l'uomo - fiera destinata a diventar farfalla angelica - è nello stesso tempo sbigottito e attirato dal fuoco”.
Un altro scrittore che ha lasciato un segno tangibile parlando del fuoco, è stato Luigi Pirandello. Infatti, proprio nelle “Novelle per un anno”, in quella straordinaria sezione che è la “Vita nuda”, Pirandello scriveva una novella, che potremmo definire un racconto vero e proprio, dal titolo “Fuoco alla paglia”. Una novella racconto che ha tutte le dimensioni di una struttura metaforica, ma la struttura metaforica è ben permeata da una situazione in cui il dato antropologico e linguistico, in questo caso specifico, è molto pregno di significati. C’è la presenza del paese, come in Pavese, c’è la presenza di tutte quelle strutture narrative che portano a riscoprire il senso di una identità.
Pirandello: “C'eran due pazzi patentati per gli uomini che stavano laggiù, oppressi, ammucchiati: lui e Nàzzaro. Bene: ora si sarebbero messi insieme, per accrescere l'allegria del paese! Libertà agli uccellini e fuoco alla paglia! Gli piaceva questa esclamazione di Nàzzaro; e se la ripeté con crescente soddisfazione parecchie volte prima di giungere al paese./- Fuoco alla paglia!”. Pirandello sempre in “Novelle per un anno”: “La vita è il vento, la vita è il mare, la vita è il fuoco; non la terra che si incrosta e assume forma.
Ogni forma è la morte. Tutto ciò che si toglie dallo stato di fusione e si rapprendende in questo flusso continuo, incandescente e indistinto, è la morte”.


Il fuoco di Pirandello (è stato definito un “fuoco bianco” da Sciascia – Bontempelli. Sciascia: “E per esemplificare, Bontempelli farà un nome, il nome di un antico poeta, di un « candido » poeta romano: Lucrezio. Anche Lucrezio mostra nella facciata della sua opera una « filosofia »: ma anche la sua filosofia è come un materiale isolante che gli permette di maneggiare il fuoco bianco del suo stupore, del suo tragico e bruciante stupore del mondo”) non è simile né a quello di D’Annunzio, né tantomeno a quello di Pavese poiché tutti gli elementi, che sono elementi all’interno di questa novella racconto, rimandano a una sicilianità e alla sua chiave di lettura, appunto, negli esiti demoantropologici della letteratura.
Un altro elemento che si lega al fuoco e al falò è il caminetto. Cosa significa questo. Il camino cosa fa? Raccoglie metaforicamente la legna per fare un fuoco, per ardere, per fare della brace. Ma bisogna sempre capire l’aspetto simbolico, metaforico, e anche qui c’è un elemento profondamente antropologico. Un grande studioso rumeno, Mircea Eliade, ha scritto un libo intervista dal titolo “La prova del labirinto”. Egli afferma che bisogna sempre uscire dal labirinto per ritrovare il focolare domestico. Il focolare è il camino intorno al quale si ritrovano quelle persone, quegli oggetti, quel sistema di abitazione esistenziale, oggettuale, che ci ha formato.
Eliade dice proprio questo: “Bisogna percorrere tutto il labirinto e poi trovare questo focolare domestico”. Ma il focolare domestico non è, forse, il paese delle radici? Non è, forse, Itaca? Ma di Itaca, Pavese si è nutrito. Di questa ricerca di Itaca, Pavese si è nutrito. Ecco, allora, come questa visione, questa dimensione del fuoco, tocca trasversalmente sia la cultura occidentale omerica, sia la cultura dell’oriente, ma c’è un altro aspetto particolare che tocca quella cultura degli sciamani.
Se si pensa alle tribù indiane, ai nativi d’America, il falò e il fuoco rappresentano uno status, anzi, un vero e proprio spazio abitativo intorno al quale riunirsi per raccontarsi le proprie storie, ma anche per decidere delle proprie storie, del proprio destino. Noi li abbiamo visti in alcune immagini, questi nativi d’America, queste tribù indiane, che sostengono delle danze intorno al falò e le loro tende non sono forse a forma conica, esattamente come un falò?
Allora tutto questo discorso, credo che abbia un suo senso nel ritenere che il fuoco leghi la letteratura in sé, l’antropologia, le tradizioni, ma anche la religiosità. Giordano Bruno, che viene arso, è parte integrante di una tradizione religiosa, quindi qui c’è il fuoco e c’è il falò. Giovanna d’Arco è un’altra testimonianza importante che ha a che fare con il fuoco. Gli eretici venivano bruciati. Perché si usava il fuoco? Perché ancora oggi si studia questa dimensione? Perché la cenere, come dice Pavese ne “La luna e il falò, «non lascia tracce, viene sparsa nel vento e il giorno successivo ci sono piccole ombre, macchie sul terreno e non resta nient’altro». Ecco, allora, il fuoco che è purificazione. Una vera e propria visione della purificazione.
Siamo partiti da un discorso antropologico del fuoco grande di Pavese, al falò di Pavese, al fuoco della sensualità d’annunziana e ci siamo accostati a queste immagini che sono immagine di una cultura sacra. Anche le tribù indiane vivevano il falò, il fuoco con una profonda spiritualità che era, e che è, la spiritualità della magia alchemica, ovvero della cultura e del mondo degli sciamani.
Il fuoco nell’Oriente è stato, inoltre, un altro elemento importante soprattutto per il danzatori sufi, i quali legavano il cielo e la terra, come ha fatto Pavese con la luna che si trova in cielo. In altri termini, i danzatori sufi guardavano sempre in alto perché il loro dialogare era un dialogare con il cielo, con l’Altissimo, con l’Assoluto, il senso dell’Assoluto. Mi pare che il “senso dell’Assoluto” sia una di quelle dimensioni profondamente radicate sia nella cultura occidentale, che nel dettato culturale orientale.
Per definire questi aspetti, tutto ciò che riguarda e interessa la tensione esistenziale ha sempre dentro di sé una dimensione e una tensione profondamente religiosa, quindi la letteratura è religiosità, da questo punto di vista, perché porta in sé i segni di una profonda metafisica ma, nello stesso tempo, porta in sé i segni di una profonda dimensione metaforica dettata e costruita intorno alla storia degli uomini, dei popoli e delle civiltà.



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domenica 15 gennaio 2017

Poesivalanga©


Di Mary Blindflowers©
Cervelli in fuga, tecnica mista su carta, Mary Blindflowers©


La poesivalanga travolge

sconvolge,

tritura l'immodesta rifinitura spocchio

versoperfetto del taglio

talmente preciso che è prosa

d'apprettostantio.

E tu invece osa

sconvolgi l'intaglio di Dio

e

che la poesia ti bruci la carne

ti divori la mente già rosa,

insulti l'afflato comune

del niente riscritto in ginocchio,

in piedi! Reietto,

occhio proscritto tu sia

alla bellezza,

tu mettila in croce,

recidile i nervi col taglio

fa che tutto conservi

l'atroce differenza del maglio

antimorte.

Io aspetto un barbaglio

che biluca dal nero la sorte.

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sabato 14 gennaio 2017

I legni della Waehner©

Di Marco Fiori©


L’editrice Maria Luigia Guaita decideva spesso sull'onda di un entusiasmo iniziale che non di rado finiva per frangersi contro la sua stessa impazienza: andò così anche nel 1972, quando acce!tò di pubblicare l'imponente ciclo di ben 68 xilografie, Creazione e annientamento della viennese Trude Waehner, presentatale dall'amico Cesare Gnudi. “Caro Raffaellino - scriveva a Raffaele De Grada incaricato di presentare la cartella - sono alle prese con la prosa sgangherata della Trude Waehner (riferendosi alle complesse didascalie delle tavole e agli appunti per un'autobiografia che l’artista aveva tenuto a scrivere di persona, pur nel suo italiano incerto, considerando il ciclo il suo lavoro più importante). Personalmente non ho dimestichezza con la Bibbia e questo mettere tra virgolette parole bibliche e personaggi mitologici mi urta, a parte le altre leggiadrie. Per favore, pensaci tu, dato che ormai ai anche il tuo nome fa parte di questa pubblicazione”.


Che i "legni" della Waehner, integri e asciutti nel loro scheletro disegnato, non si adattassero alla minima piacevolezza, era cosa che doveva esserle stata ben chiara fin da subito; lo stesso De Grada la definiva, nel testo, artista incapace di divagazioni: “ogni legno inciso è come inchiostrato nel sangue, nella conoscenza diretta del periodo brutale in cui ha vissuto gli anni della giovinezza e della maturità, nel mondo pre-nazista e nazista". L'antifascismo comune, tuttavia, in quel caso non bastò a salvare i rapporti: stremata dalla difficile intesa con una donna caparbia almeno quanto lei, e forse soprattutto delusa dalle difficoltà tecniche e commerciali incontrate nella realizzazione e nella promozione dell'opera, a cose fatte si confidava proprio con Gnudi, ammettendo di non sopportarla più: “ Sono pentita di aver stampato il suo terribile ciclo, di cui non riuscirò a vendere neppure una copia, e per la stampa del quale ci ha fatto dannare moltissimo”...
Tratto da pag. 147 de “Il Bisonte sono io” – Due mostre per ricordare Maria Luigia Guaita e i 50 anni del Bisonte, Firenze, 2009 Fondazione Il Bisonte – per lo studio dell’Arte Grafica.


Trude Waehner (1900-1979), straordinaria artista austro-tedesca poco conosciuta in Italia, ma nota a livello internazionale, che usò nella Germania di Weimar e dell'espressionismo la xilografia per denunciare la guerra, la violenza fascista e nazista, i dolori dell'uomo ed il suo bisogno d'amore con ciglio lucido, immagini d'accusa, iconografie che valgono per tutti i tempi, divenute universali, con legni tratti da disegni del 1927 e degli anni successivi.



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Eredità storico-antropologiche©

Di Pierfranco Bruni©


Ci sono eredità storiche ed eredità antropologiche. I processi Italo – albanesi sono attraversamenti di civiltà la cui visione umana ha derivazioni profondamente linguistiche. L’eredità linguistica delle comunità Italo – albanesi, e non solo di queste comunità ma anche di tutte quelle che si sottolineano per una marcata incisività linguistica sia sul piano filologico che di una semantica ben definita nella struttura sintattico – grammaticale, porta dentro il proprio vocabolario una articolazione di forme che vivono di un meticciato intrecciato tra una forma di condivisione a priori (risalente alle origini della parola di appartenenza) e una forma di inclusione tra l’esistente e la tradizione. 
La questione della lingua, che ha un suo sostrato strutturato nel tessuto storico del territorio, pone una problema sia prettamente linguistico che metafisico riferito alle singole realtà individuali delle comunità e proprio per questo va considerata come una “proprietà”. Siamo proprietà di una lingua perché noi abitiamo la lingua che diventa non solo una lingua in senso generale ma una lingua propria lingua attraverso un assorbimento di cadenze, di ritmi, di vocaboli. 
Da questo punto di vista il concetto di eredità ha una sua partitura nell’incontro tra la condivisione e l’inclusione. Ed è naturale che non solo va considerata come un patrimonio culturale ma un patrimonio che viene ad essere attraversato, condizionato e condizionabile ma anche in grado di condizionare. In un sistema culturale in cui la lingua è l’incipit di un processo identitario è necessario affiancare un valore aperto che è quello dato dalle antropologie. 
La lingua si lega ai fattori etnici e alle antropologie che una comunità e un territorio custodiscono. In altri termini il valore aggiunto alla lingua è la storia sotto una forma che intreccia le tradizioni di un popolo, le realtà archeologiche di un territorio e tutte quelle caratteristiche che hanno una valenza fortemente etnica. Proprio per questo ci si deve sentire proprietari della lingua. 
Nelle lingue dei Balcani e del Mediterraneo i modelli di linguaggio non sono comprensibili senza l’eredità storica di quella dimensione che è etnica e geo-politica. Mi sembra che la presenza dell’eredità linguistica debba avvalersi sempre più di una “cofrontiera” che è quella del sentire l’appartenenza come identità e questa come visione di una diversità che diventa capacità comprensiva in un dialogo tra la parola e la forma delle parole. 
La forma, in sé, chiama in causa il confronto delle diversità che soltanto in una lettura etno-antropologica è possibile viverle in un processo in cui civiltà e popolo sono un tratteggio unico o percorso come nella affermazione di una profonda sottolineatura di affermazione, appunto, di eredità. Ma considerandoci proprietari di una lingua non possiamo che considerarci abitanti di una cultura e quando una cultura la si abita non bisogna abitarla pensando di stare in affitto ma di viverla come affermazione di un sistema storico e spirituale. 
Quando si perde una lingua si esce fuori dalla storia, dalla storia in senso più complessivo ma soprattutto si esce fuori dalla storia personale. Perché questa vive in quanto riesce a custodire il passaggio fondamentale tra la tradizione, la memoria e il presente. 
La lingua non ha bisogno soltanto della memoria, questa è già nel sistema ereditario, ma anche della trasformazione tra il quotidiano e il presente. La contemporaneità, in fondo, non può smettere il suo vestito del quotidiano senza perdere il contatto con il presente e la lingua da sola non la forza di resistere alla “liquidità” del presente. Resterebbe come risarcimento di una memoria in caduta. 
Per renderla viva nella vitalità del presente l’àncora di salvataggio delle lingue “etniche” non sta nella difesa della sua eredità semantica soltanto ma nella percezione, che deve diventare atto concreto, di recuperare una antropologia dei linguaggi che diventa scavo esistenziale in un modello culturale pre-definito nella esistenza di un popolo e nella durata di una civiltà. 
L’antropologia dei linguaggi non può fare a meno dello scavo tra storia ed identità che si materializza nella difesa di un principio portante che è quella della tutela di ogni riferimento che possa rimandare al recupero della tradizione. È su questo piano che si territorializza la coscientizzazione del legame tra lingua condivisa e lingua includente. 
Una partecipazione nella dimensione in cui geo-etnologia, lingua e storia costituiscono dei parametri di un vissuto la cui testimonianza ci obbliga a far parlare i modelli antropologici espressi da un tessuto abitativo che ha come elementi prioritari l’interazione. Così anche le forme di folclore assumono una singolarità la cui visione umanizzante si disegna intorno sia alla testimonianza della memoria sia intorno alle esperienze. 
La lingua, comunque, costituisce l’impalcatura la cui funzione viene ad essere maturata dai linguaggi. I linguaggi delle comunità etnolinguistiche sono patrimonio culturale nella loro interezza e necessitano di parlarsi. 
Ecco perché la funzione della lingua assume una sua specificità nell’interpretazione antropologica. E credo che su questa strada ci siano i tasselli per una sicura difesa di quella eredità che resta come cifra decodificante di una comunità etnica.  

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